Se una madre uccide la figlia… c’entra per forza comunque il padre

Diverse volte abbiamo parlato di differenze nella comunicazione delle notizie di cronaca quando il protagonista è una donna rispetto a quando è un uomo. Oggi vorrei commentare un caso recente in particolare, come illustrazione non solo di questo ma anche di quanto è facile calunniare una persona (uomo) senza conseguenze.

La vicenda credo sia abbastanza nota: una bambina è stata trovata morta nell’alloggio di social housing in cui viveva con la madre a Tortona. La donna è stata arrestata e indagata per omicidio. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe ucciso la figlia con un coltello e avrebbe poi tentato di togliersi la vita.

Questa la notizia base, diciamo. Ma quasi nessuno l’ha riportata così. Un esempio ottimo di articolo scritto bene, che riporta tutto quello che si sa senza fare illazioni, è il primo che l’ANSA ha pubblicato:

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/24/bimba-di-tre-anni-uccisa-a-coltellate-dalla-madre-in-casa_800346db-f039-44c9-9562-d7fa9b8dfe8a.html

«Bimba di tre anni uccisa a coltellate dalla madre in casa»

«La piccola era sola con la donna, arrestata, in un co-housing sociale a Tortona»

Titolo e sottotitolo sono ineccepibili: semplice descrizione dei fatti. Nell’articolo viene spiegato che la madre e la bambina erano seguite dagli assistenti sociali, che abitavano in una struttura protetta in cui non alloggiava il padre, il quale era stato accusato dalla donna di maltrattamenti ma il caso era stato archiviato (gli episodi riferiti non avevano sufficiente rilevanza).

Non altrettanto seri sono stati gli altri grossi giornali italiani, che pure avranno avuto le stesse informazioni a cui aveva accesso l’ANSA. La Stampa:

«Tortona, mamma uccide la figlia di 3 anni: la battaglia per l’affidamento e l’ombra della violenza»

https://www.lastampa.it/alessandria/2026/10/23/news/tragedia_tortona_mamma_uccide_figlioletta_3_anni-15774915

Il sottotitolo dice che la donna era turbata dalla possibile decisione di riavvicinare la bambina al padre, definito «violento nei confronti della ex compagna ma non della bambina». L’articolo conclude: «La decisione avrebbe però turbato gravemente la mamma: da qui il terribile epilogo».

“Da qui” significa che c’è un nesso causale molto netto tra la prospettiva del riavvicinamento e l’uccisione. La violenza viene presentata come una caratteristica del padre, mentre la paura della madre diventa la chiave narrativa del delitto. Ora, che la donna avesse paura davvero e che quindi, in qualche modo, abbia agito per quello, può benissimo essere, sappiamo che queste cose accadono; quello che non va bene è insinuare che questi timori fossero fondati – quando non è accertato, anzi – e che la donna sia in qualche modo giustificabile.

Fanpage:

«Bimba di 3 anni morta a Tortona, la mamma: “Colpita perché temevo riavvicinamento con il padre violento”»

https://www.fanpage.it/attualita/bimba-di-3-anni-morta-a-tortona-la-mamma-colpita-perche-temevo-riavvicinamento-con-il-padre-violento

Il titolo associa direttamente il delitto alla paura del riavvicinamento con il «padre violento». Nel testo, Fanpage riferisce che la donna avrebbe spiegato di avere agito perché preoccupata che l’uomo potesse ripetere le violenze su di lei o maltrattare la figlia. La motivazione attribuita alla madre viene portata nel titolo, e il lettore incontra la descrizione di «padre violento» prima di avere chiaro lo stato giudiziario della denuncia.

Corriere, edizione Torino:

«Tortona, uccide la figlia di tre anni mentre è nell’alloggio protetto: era in causa per l’affidamento»

https://torino.corriere.it/notizie/piemonte/26_ottobre_24/tortona-omicido-figlia-mamma-781340ba-7656-4161-a8a7-9a693458dxlk.shtml

Il sottotitolo recita: «Temeva il riavvicinamento del marito». Nel testo, il racconto passa dalla fragilità abitativa ed economica alla separazione conflittuale, alla denuncia per maltrattamenti e alla prospettiva dell’affidamento condiviso. La paura viene anticipata nel sottotitolo e il contesto sociale e familiare occupa un ruolo centrale. L’articolo riferisce anche l’archiviazione del procedimento, ma la questione è il peso che le attribuisce nella narrazione: minimo, il fatto è comunicato alla fine.

Repubblica:

«Accoltella la figlia di 3 anni, poi chiama i carabinieri, dramma a Tortona»

https://torino.repubblica.it/cronaca/2026/10/24/news/tortona_accoltella_figlia_3_anni_chiama_carabinieri-425671382

Il titolo tutto a posto, ma il sottotitolo recita: «Due anni fa il padre della piccola era stato denunciato per violenza domestica: il tribunale doveva decidere se affidarla anche a lui.» Il testo descrive la madre come «sola in Italia» (la donna è russa), «travolta da un’esistenza fragile e da un passato di paure» e presenta il riavvicinamento come una possibile «morsa insopportabile».

Qui l’articolo non si limita a riferire una denuncia: costruisce un ritratto di fragilità e una spiegazione psicologica dell’omicidio. Poi lo stesso articolo precisa che il procedimento era stato archiviato e che il movente restava da accertare, ma vedete qual è lo schema: prima piazzo le bombe, il marito violento, la straniera tutta sola, il terrore, il passato traumatico; poi dico che in effetti il marito non aveva condanne e che anche il movente era ipotetico. Ma è troppo tardi: la maggioranza dei lettori non ci arriva neanche alla fine dell’articolo.

Altri giornali hanno presentato la cosa in modo più sfumato, mettendo comunque in primo piano la questione del rapporto col padre della bambina. Open:

«Bimba di 3 anni trovata morta in casa, arrestata la madre. Il caso a Tortona: l’affido e il passato di violenze»

https://www.open.online/2026/10/23/tortona-bimba-3-anni-morta-arresto-madre-indagini

Già nel titolo si mette questa informazione, che ovviamente influenzerà il lettore. Il sottotitolo recita: «La donna, una trentenne, aveva l’affido esclusivo della bambina. Con il padre era stato avviato un percorso di riavvicinamento da parte del tribunale, dopo sospetti maltrattamenti e violenze sulla moglie».

Come vedete, c’è l’aggettivo “sospetti” che significa che non sono accertati, ma non è questo quello che colpisce il lettore. E nel testo leggiamo che «la donna, sulla trentina, avrebbe ucciso la figlia con diverse coltellate, al culmine di una situazione familiare molto difficile e di problemi con il padre della piccola». Anche questa è un’espressione non neutra.

La maggioranza insomma delle grandi testate ha dato risalto alla paura menzionata dalla madre e hanno usato la formula «padre violento» prima di chiarire adeguatamente lo stato giudiziario dell’accusa. In questo modo hanno rischiato di far apparire il delitto come l’esito di una dinamica di protezione, anziché mantenere nettamente separati il contesto familiare, le ipotesi sul movente e la responsabilità per l’uccisione. Posto che, naturalmente, uccidere non è proteggere, e dunque a prescindere dal movente la donna è colpevole.

Quali sono le conseguenze di queste cose, che si verificano quasi sempre con notizie del genere? Prima di tutto, che di mezzo c’è un’altra persona: un uomo che all’improvviso tutta Italia prende per violento e si vede augurare la morte, la castrazione e la tortura su ogni sezione commenti esistente su internet. Non ci si preoccupa minimamente del danno che lui riporta, è solo una figurina da attaccare in un certo punto dell’articolo.

Poi abbiamo il problema della romantizzazione dell’infanticidio, il racconto della madre protettiva che uccide per disperazione – mentre invece, giustamente, il racconto del fidanzato geloso che uccide per disperazione viene condannato. Troppo facilmente si giustificano le donne che commettono omicidi col fatto di aver subito violenze. Si tratta oltretutto di una mezza ovvietà: si sa benissimo dagli studi che una persona ha più probabilità di uccidere se in passato ha sperimentato violenza, disagio e altri problemi. Vale infatti anche per gli uomini, in teoria. Ma non è mai una giustificazione, è solo un’informazione importante per comprendere la vicenda.

Da ultimo, come ormai ripetiamo tipo mantra deprimente, si usa l’uccisione di una bambina per rimestare sempre nel torbido calderone della violenza di genere e della guerra tra i sessi, anche quando verosimilmente non c’entra un tubo.

Yasmina Pani

Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili

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